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Newsletter - Agosto 2006 - numero 75  www.professionelavoro.net

Buon ferragosto!

L'Argomento del Mese:   Come riconoscere e gestire atteggiamenti passivi

La passività di fronte a contesti, situazioni e problemi può esssere spesso molto deleteria in azienda. Chi ha atteggiamenti passivi tende a restare a margine delle situazioni mantenendo magari la sua presenza fisica ma senza dare contributi o proporre soluzioni. Aldilà delle cause di questi atteggiamenti (che possono essere di natura strettamente personale, come la timidezza, o anche manifestare una volontà precisa di non collaborare) sicuramente si tratta di comportamentni che non sono più facilmente ammissibili in qualsiasi organizzazione propriamente calata nelle dinamiche di mercato.


Ecco alcuni spunti per identificare inequivocabilmente atteggiamenti negativi e nella seguente sezione “Checklist del Capo” spunti per gestire questi atteggiamenti. Da notare il fatto che dobbiamo sempre far riferimento ad atteggiamenti, senza cadere nella facile ed inutile trappola di “etichettare” le persone. Certe “etichette” servono solo a complicare rapporti interpersonali rischiando di comprometterli irrimediabilmente.


Le persone che hanno atteggiamenti negativi in contesti aziendali tendono a:


non esprimere ipinioni anche quando le stesse sono loro richieste (questo però non significa assolutamente che loro non abbiano opinioni);

quando vengono spinti ad esprimere un'opinione lo fanno senza impegno o convizione (questo però non necessariamente significa che non siano in pieno accordo con quanto stanno esprimendo);

nel corso di incontri di lavoro stanno in un silenzio che può dare adito a varie considerazioni: non sono interessati alle opinioni altrui? sono annoiati? sanno già tutto me se lo tengono per se?;

usare l'arma del silenzio allo scopo di non essere di aiuto.

adattato dal libro “Success in dealing with difficult people” by Ken Lawson - Barron’s - 2006


LA CHECKLIST DEL CAPO
Come riconoscere e gestire atteggiamenti passivi

Come gestire atteggiamenti passivi:


Non utilizzare mai 'domande chiuse' quando si è di fronte ad atteggiamenti di questo tipo. Le domande chius sono quelle a cui si può rispondere con semplicemente con un 'si' o un 'no'.

Utilizzare invece 'domande aperte'; domande che iniziano con un 'come' o con un 'perchè' e che forzano la persona a dover articolare una risposta.


Utilizzare il linguaggio del corpo per stimolare una risposta: sporgere la testa leggermente in avanti, alzare leggermente le sopracciglia in attesa della risposta.


Non riempire il silenzio con le proprie parole. L'atteggiamento passivo che crea un contesto di silezio deve essere vinto con altrettanto silenzio intervallato da considerazioni del tipo: 'sembri annoiato' oppure 'sembri impaziente', forzando l'interlocutore a esprimere il proprio stato d'animo. Se noi semplicemente riempiamo il silenzio con nostre parole facciamo un favore al nostro interlocutore, cadiamo nella sua trappola.


In occasione di riunioni di lavoro si metta apertamente in evidenza che ci aspettiamo il contributo attivo di tutti i presenti. Rafforzare questa affermazione procedendo a far parlare in ordine sequenziale ogni persona presente.


Una volta che la persona inizia a parlare non interromperla e non cambiare bruscamente argomento di conversazione. Se vogliamo incoraggiare la persona ad essere più partecipe dobbiamo mostrare interesse per ciò che lui o lei esprime.

adattato dal libro “Success in dealing with difficult people” by Ken Lawson - Barron’s - 2006

Inviare commenti e riflessioni a: info@professionelavoro.net

VALORE AGGIUNTO
Rubrica curata dall'Ing. Gian Sandro Simonini
Argomento del Mese: i fini della tecnica e dell'economia sono anche i nostri fini?

La domanda la pone Umberto Galimberti nella sua rubrica settimanale di risposte ai lettori nel supplemento del sabato de La Repubblica.
Stavolta la lettrice di turno si chiedeva se le esperienze lavorative assai precarie e discontinue che sono le sole che i giovani d'oggi riescono a fare, non rischino di sfociare in un crollo dell'autostima e facciano insinuare “il dubbio che forse sei tu che non funzioni, che non sei in grado di farcela”.


Galimberti risponde allargando l'ottica al rapporto tra felicità e lavoro, argomento questo che mi sta molto a cuore (vedi valore aggiunto maggio 2004, novembre e dicembre 2005).


Il fatto è che il fenomeno della riduzione dei posti di lavoro mano a mano che la società diventa sempre più tecnologica è un evento irreversibile e i nuovi tipi di lavoro (precario, part time, a progetto, interinale) dovrebbero rappresentare l'affrancamento dell'uomo dalla schiavitù del lavoro, ma – ci fa notare acutamente Galimberti - “ il sogno più antico dell'uomo: la liberazione dal lavoro, si sta trasformando in un incubo...... L'economia capitalistica da un lato e l'apparato tecnico dall'altro hanno a tal punto identificato il concetto di lavoro con l'esistenza stessa, da rendere a tutti evidente l'equazione secondo cui chi non lavora non esiste dal punto di vista sociale................ L'attività lavorativa sembra divenuta l'unico indicatore della riconoscibilità dell'uomo”.


Da qui la domanda del titolo: “i fini della tecnica e dell'economia capitalistica sono anche i nostri fini? O siamo noi diventati semplici strumenti della tecnica la quale ci impiegherebbe come momenti della sua organizzazione, semplici anelli insignificanti della sua catena, o, se preferiamo, mezzi imprescindibili, ma anche fra i più intercambiabili di qualsiasi altro mezzo, all'interno di un apparato economico-tecnologico divenuto fine a sé stesso? ”


E' proprio su questo che vorrei invitarvi a riflettere e a farmi conoscere il vostro parere via e-mail.


Buone ferie con l'augurio che non siano “precarie” anch'esse.

giansandro.simonini@professionelavoro.net

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Autosviluppo. Come coltivare le proprie motivazioni per la crescita professionale

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(2006,  Guerini & Associati,  pp. 190  Euro 21,50) 

 

Perla di saggezza

"L'intuito è la traduzione dell'esperienza in azione."

         Gary Klein

 
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