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Newsletter - Febbraio 2009 - numero 104 www.professionelavoro.net

La formazione outdoor scopre una nuova tecnica: la subacquea (parte 2 di 2)

LA CHECKLIST DEL CAPO

La formazione outdoor scopre una nuova tecnica: la subacquea (parte 2 di 2)

Perché la subacquea come tecnica esclusiva di formazione outdoor

Alcune dimensioni dell’attività subacquea la rendono, di per sé, ideale per un outdoor che voglia affrontare il tema della estraneità, diversità, cambiamento, gestione delle emozioni, empowerment personale, e opportunamente “vestita” si è rivelata efficacissima anche per lavoro di gruppo, leadership, membership.

Infatti, la subacquea,
ha una dimensione sociale: sebbene sott’acqua si è isolati dal mondo esterno, la comunicazione è limitata, il benessere dipende totalmente dal subacqueo, la dimensione sociale è molto sviluppata: il subacqueo non scende mai solo, si prende cura del compagno, viene generalmente vissuta in gruppo in cui ciascuno ha un proprio ruolo.
costituisce una forma di ribellione alle leggi della natura e il segno del passaggio, della metamorfosi, espressa essenzialmente nella fase della vestizione, fase in cui ancora immersi nell’aria ci si predispone alla dimensione della tridimensionalità senza peso, dal quale si evince il suo valore metaforico
consente di ampliare il proprio livello percettivo: dal sentire il proprio respiro al percepire i confini del proprio corpo

Il valore metaforico che la rende una tecnica formativa outdoor straordinaria è legato alla possibilità di accedere ad un contesto totalmente diverso da quello ordinario: da un contesto percepito come bi-dimensionale ad uno vissuto come tri-dimensionale ponendo quindi un problema di adattamento e ri-orientamento importantissimo se si vuole affrontare il tema del cambiamento e dell’agire in contesti inconsueti e/o ostili.


di Gaetana Gagliano (www.studiogagliano.it)

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VALORE AGGIUNTO
Rubrica curata dall'Ing. Gian Sandro Simonini

Argomento del Mese: perché cercare emozioni chimiche anziché approfittare della vita così com'è?

Non potremmo cercare di intuire ciò che è bene per noi senza prima dover precipitare in abissi di dipendenze devastanti?


La domanda nasce dalla lettura dell'articolo Le mie emozioni chimiche a firma di Maria Grazia Meda sul Venerdì di Repubblica dello scorso 31 gennaio. E' l'intervista a un certo Christophe Tison autore del libro Résurrection in cui racconta come ha fatto a cambiare vita dopo 30 anni di dipendenza da alcool e droghe che lo avevano ucciso dentro chiudendo le sue emozioni in uno “scafandro chimico”. Con l'aiuto di un centro di disintossicazione Tison ha riscoperto il gusto per le piccole cose quotidiane e reimparato ad “approfittare della vita così com'è anche se certi giorni così com'è significa poco o nulla”.

Molte persone soccombono al bombardamento mediatico e nell'impossibilità di adeguarsi ai falsi modelli che propone – bellezza, eterna giovinezza, felicità, fama, denaro – si rifugiano in droghe di ogni tipo. L'assurdo è che gli stessi protagonisti dello spettacolo mediatico – cantanti, calciatori, attori – sono ben lontani dall'essere felici e cadono vittime di dipendenze varie. Moltissime celebrità “vantano” nel loro curriculum uno o più periodi di soggiorni costosissimi in centri di riabilitazione e questo non li svaluta affatto agli occhi dei loro ammiratori, anzi fa tendenza e rende queste persone ancor più invidiate dai teenagers.

L'articolo termina citando l'invito di Descartes a “ Essere un uomo, nient'altro che un uomo in mezzo agli uomini. Affrontare la vita quotidiana e la sua banalità: ecco la nostra vera grandeur.”

 

 

 

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“Il successo sta ottenendo che cosa desiderate e la felicità sta desiderando che cosa ottenete."

Dave Gardner

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